L’intervista a Martina M. sulla sua esperienza con i gruppi AMA.
«Per tutta la vita ti è parso che il mondo intero fosse destinato a essere per te un paese straniero, poi entri in una stanza e trovi un gruppo di persone che ti parlano in quella lingua che prima credevi esistesse soltanto nella tua testa. Nessuno di voi è abituato a poterla parlare liberamente, e ogni tanto l’idioma straniero sembra più familiare di quello materno e finite per aggrapparvi alle vecchie certezze.
Il sogno è sempre stato questo: parlare senza doversi tradurre.
A ogni traduzione una parte di significato va persa: chi traduce fraintende innanzitutto se stesso, poiché la capacità di tradurre è sempre inferiore alla capacità di intendere. E se ci si fraintende da soli, non ci si può stupire se gli altri intendono male: con noi in mezzo a fare da filtro, non hanno mai avuto davvero la possibilità di recepire il messaggio così come era stato originariamente inteso.
Parlare senza doversi tradurre vuol dire quindi massimizzare la possibilità di essere compresi, minimizzare l’ansia, la frustrazione, la solitudine. Parlare senza doversi tradurre vuol dire sentire “Ti capisco” e poterci credere. Parlare senza doversi tradurre vuol dire esistere, per una volta, senza sforzo, e sentirsi finalmente a casa.
Per tutta la vita mi è parso che il mondo intero fosse destinato a essere per me un paese straniero.
Ora so che non è vero.»
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