Irene

Mi sono laureata in Fisica nel dicembre 2020, ma ho ricevuto la diagnosi di autismo solo nell’aprile 2024, quindi la mia consapevolezza su questa parte della mia identità è ancora recente. Non so bene quanta connessione ci sia tra la mia esperienza universitaria e l’autismo, perché all’epoca non sapevo di questa mia caratteristica. Però posso raccontare com’è andata.

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Le aspettative prima di iniziare

Prima di cominciare l’università, avevo aspettative molto alte. Mi ero già illusa al liceo che avrei trovato persone più simili a me rispetto alle medie, e quando non è successo ho pensato: “Vabbè, all’università sarà diverso. Sarà un ambiente più ristretto, quindi troverò finalmente il mio posto.” In parte è stato vero. La fisica non è un ambiente del tutto “tipico”, quindi è stato più facile trovare persone affini.

Un’altra aspettativa che avevo era che mi sarebbe piaciuto talmente tanto da volerci fare ricerca. Speravo di trovarmi bene, di trovare il mio posto. Poi ho scoperto che non era la mia strada.

Organizzarsi tra iscrizioni ed esami

La parte burocratica, come l’iscrizione, non mi ha dato particolari problemi, a parte una volta che mi sono dimenticata di pagare le tasse.

Gli esami, invece, sono stati un’altra storia. La parte più difficile per me erano gli orali. Quando mi facevano una domanda, anche se avevo studiato, dovevo ricostruire da capo tutto il ragionamento che mi portava alla risposta. Ma i professori si aspettavano risposte immediate, e se non rispondi subito, pensano che tu non abbia studiato. Alla triennale, almeno, c’erano esami scritti: se andavo bene lì, all’orale erano più pazienti. Alla magistrale, dove c’erano solo orali, diventava insostenibile. Ogni esame era come andare sotto tortura.  Ho avuto un esame in cui la prima domanda la pescavi in anticipo e potevi scrivere la risposta prima di iniziare a parlare. Questa cosa mi ha aiutata tantissimo. Una volta per disperazione ho chiesto a un professore di farmi fare l’orale per iscritto, perché avevo capito che era davvero difficile per me parlare e pensare contemporaneamente, soprattutto in una situazione tesa e con dei limiti di tempo. Se non sono preparata da trenta – e a volte anche in quel caso – riesco a malapena a spiccicare parola. La prima volta che ho fatto l’esame non avevo detto quasi nulla, mi aveva dato 19, ma ho rifiutato. Non era una questione di voto, era proprio l’idea di scarto abissale tra quello che sapevo e quello che ero riuscita a dimostrare che mi irritava. Avevo molte difficoltà a separare il mio valore come persona da quello che riuscivo a fare. Mi faceva male pensare a quanto difficili fossero per me certe cose. La seconda volta, facendo l’orale scritto è andata molto meglio, almeno quello che effettivamente avevo capito era uscito fuori.

L’importanza della socialità

La mia esperienza universitaria è stata segnata dalla socialità. Non avrei mai finito senza il supporto delle persone intorno a me. Stare in università tutto il giorno con il mio gruppo di amici era essenziale: mi aiutava a rimanere concentrata, a mantenere la motivazione, a fidarmi di me stessa. Se qualcuno capiva qualcosa grazie a una mia spiegazione, allora forse qualcosa avevo imparato davvero.

Quando questo equilibrio si è rotto, è stato un problema. Alla magistrale eravamo meno e c’era molta più pressione, molta più paura del confronto. C’è chi ha smesso di fermarsi a studiare in università perché ciò lo faceva sentire indietro. Quando la mia rete di riferimento si è assottigliata, la mia esperienza universitaria è cambiata in peggio.

Solo verso la fine ho iniziato a costruire connessioni fuori dall’università, grazie al teatro. È stata una scoperta importante, e continuo a farlo ancora oggi.

L’ansia e la gestione delle relazioni

L’ansia ha avuto un impatto enorme su tutta la mia esperienza.

Sul piano accademico, sapevo che agli esami sarei sembrata come se non avessi studiato, e questa consapevolezza mi schiacciava. Sul piano sociale, mi bloccavo nelle situazioni più banali: se ero alle macchinette con qualcuno che conoscevo solo di vista, mi facevo mille paranoie su cosa dire, su come non metterlo in imbarazzo.

Nei laboratori, l’ambiente era caotico, le luci orribili, i rumori fastidiosi. Non riuscivo a concentrarmi e rispondevo male alla gente senza volerlo. Alcune amicizie si sono incrinate per questo.

Anche con i professori, all’inizio non sapevo come parlarci. Il mio relatore della triennale mi diceva sempre “fai presto” e io mi bloccavo. Procrastinavo tantissimo il confronto e non riuscivo a fare domande o chiedere aiuto perché mi sembrava di non essere preparata alla conversazione che ne sarebbe seguita. Difficile fare domande in un colloquio orale quando per te è difficile pensare e parlare insieme.  Col tempo e con la terapia è andata meglio, ma il disagio è rimasto. Ai ricevimenti andavo solo in compagnia.

Le difficoltà con la burocrazia universitaria

Sapienza è enorme, e spesso non era chiaro a chi chiedere cosa. Ho sempre provato a cavarmela da sola, cercando informazioni nei siti (che non erano chiari per niente), ma non sempre ci riuscivo. La prima volta che ho cercato la segreteria di facoltà mi sono persa.

Per fortuna, dal secondo anno ho lavorato in biblioteca con una borsa di collaborazione, e lì c’erano persone più grandi che mi potevano dare dritte. Ma se non hai nessuno che ti fa da mentore, è complicato.

Riflessioni finali

La parte più facile dell’università? Iniziare.

La parte più difficile? Finire.

Se potessi cambiare qualcosa, non sarebbe l’università in sé, ma il mio approccio. Con la consapevolezza che ho adesso, l’avrei vissuta con più serenità. Avrei voluto non legare il mio valore personale ai voti e aprirmi prima a nuove esperienze. Ma è un processo, e l’università è stata una tappa importante per arrivarci.

Domande da aggiungere per integrazione scritta

  • Durante il tuo percorso universitario, hai mai adottato strategie specifiche per organizzarti nello studio e nella gestione del tempo?

Seguire le lezioni e usarle come schema per prepararmi e farmi un’idea di base. Riscrivere sempre gli appunti in bella, cercando di ripercorrere i ragionamenti fatti e utilizzando disegni, colori e schemi perché mi è più facile memorizzare in quel modo. Se un argomento è poco chiaro, leggerne da più fonti (libri o video) finché non diventa più chiaro (o finché non mi stufo). Rendersi disponibile a spiegare ad altre persone perché mi piace e perché ho difficoltà a ripetere senza uno scopo. Approfondire o vedere video su cose laterali ma appassionanti per mantenere alta la motivazione.

La mia gestione del tempo era molto caotica e governata da ansia, ADHD e dall’aver introiettato “prima il dovere e poi il piacere”. Questo lo sconsiglierei.

  • Se dovessi dare un consiglio a uno studente autistico che sta per iniziare l’università o che già frequenta, quale sarebbe?

Tutte le cose che mi vengono in mente mi suonano paternalistiche e non necessariamente utili a tutte le persone autistiche, quindi provo a dire cose che mi avrebbe fatto piacere sentire, sperando che siano utili anche ad altre persone.

  • Il tuo valore non si basa su quello che riesci o non riesci a fare o a dimostrare.
  • Stai facendo un percorso per conoscere te oltre che conoscere la Fisica, il tempo e le energie impiegate a farlo sono importanti.
  • Alcune persone possono capirti: quando riesci, con chi riesci, prova a spiegarti.
  • I professori sono lì apposta, non gli stai facendo perdere tempo. Se te lo fanno pesare è un loro problema non tuo.
  • Chiediti se esiste una modalità che ti renderebbe le cose più facili, magari è una modalità possibile.