Giovanni

Mi sono laureato in Neuroscienze Cognitive e Riabilitazione Psicologica alla Sapienza nel 2018, dopo aver completato la triennale in Scienze e Tecniche Psicologiche a Firenze. Durante la magistrale, nel 2016, ho ricevuto la diagnosi di autismo, quindi ho vissuto parte del mio percorso universitario senza essere consapevole di questa parte della mia identità, di cui ho iniziato a sospettare durante il secondo anno della triennale.

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Dalle aspettative alla realtà

Quando mi sono trasferito a Roma per la magistrale, mi aspettavo un ambiente accademico stimolante, simile a quello che avevo trovato a Firenze. Lì gli studenti erano molto coinvolti nella vita universitaria, c’era un buon dialogo con i docenti e un’atmosfera dinamica. Arrivando alla Sapienza, ho trovato un contesto molto diverso: una città molto più grande e caotica, con un’università altrettanto grande e strutturata in modo più formale.

Dal punto di vista accademico, i contenuti della magistrale erano in buona parte sovrapponibili a quelli che avevo già affrontato nel terzo anno di triennale, quindi per me non è stata un’esperienza particolarmente nuova dal punto di vista delle materie. Ho notato anche che l’approccio di molti studenti era più orientato al voto che all’apprendimento, con un forte focus sulla preparazione degli esami secondo le aspettative dei docenti.  .

L’adattamento alla vita sociale

Anche sul piano sociale ho trovato delle difficoltà. A Firenze ero abituato a gruppi più piccoli e a contesti più raccolti, mentre a Roma le dinamiche sociali erano molto diverse. Le uscite erano spesso in gruppi numerosi e in ambienti molto caotici, e questo mi metteva in difficoltà. Avvertivo una maggiore pressione sociale rispetto ai contesti ai quali ero abituato, intesa come pressione uniformante dell’opinione del gruppo sull’individuo

Quando ho iniziato il mio percorso diagnostico, ho provato a condividere questa esperienza con altri studenti, ma ho percepito alcune incomprensioni. In quel periodo, la consapevolezza sull’autismo era minore rispetto a oggi, e spesso l’autismo era associato esclusivamente a capacità straordinarie in alcuni ambiti. Questo ha portato a interpretazioni errate di quello che dicevo, facendomi sentire frainteso e, in alcuni casi, isolato.

Dopo un primo periodo in cui ho provato a integrarmi, ho preferito concentrarmi sulla parte accademica e ho trovato un buon equilibrio lavorando in laboratorio. Questo mi ha permesso di vivere l’università in un modo più compatibile con le mie esigenze.

Le difficoltà nell’organizzazione accademica

Sul piano amministrativo, l’iscrizione non è stata particolarmente complicata, ma alcune procedure mi sono sembrate poco intuitive. Anche la comunicazione con i docenti a volte era poco chiara: le lezioni venivano annullate all’ultimo momento, non sempre con un preavviso adeguato. Questo rendeva più difficile la pianificazione dello studio e degli impegni accademici.

Il supporto ricevuto

A livello di supporto specifico per studenti autistici, all’epoca non mi risulta ci fossero molte risorse disponibili. Adesso le cose sono un po’ cambiate da questo punto di vista. La mia esperienza è stata segnata più dal supporto personale che ho ricevuto da persone esterne all’università. Ho avuto la fortuna di incontrare una docente molto ricettiva che ha riconosciuto il mio neurotipo, incoraggiandomi ad approfondire con uno specialista e  mettendomi in contatto con la prima persona autistica con cui ho potuto confrontarmi. Questi scambi sono stati fondamentali per aiutarmi a comprendere meglio la mia condizione. Anche la mia terapeuta e la mia fidanzata hanno avuto un ruolo essenziale nel mio percorso di crescita e accettazione.

Guardando a quello che oggi esiste in alcune università, e finalmente anche in Sapienza, credo che gruppi di supporto per studenti autistici possano fare una grande differenza. Avere spazi dedicati, in cui potersi avvicinare gradualmente senza sentirsi subito esposti, può essere utile per trovare un senso di comunità e ricevere un supporto più strutturato.

Cos’è stato difficile

L’aspetto più difficile del mio percorso universitario è stato il rapporto con i docenti e con il sistema di valutazione, che spesso non lasciava spazio alla personalizzazione dell’apprendimento, sembrava che l’attenzione fosse più sulla quantità di informazioni scritte piuttosto che sulla capacità di sintesi e di ragionamento.

D’altro canto, un’esperienza molto positiva è stata la mia tesi. In quel contesto ho avuto maggiore libertà di lavorare secondo le mie modalità.

Aumentare la consapevolezza sulle neurodivergenze tra studenti e docenti potrebbe favorire un ambiente più inclusivo. Con il senno di poi, mi rendo conto che molte delle difficoltà che ho incontrato erano legate alla mancanza di conoscenza su queste tematiche, più che a una vera e propria resistenza al cambiamento.

L’università, nel complesso, è stata per me un’esperienza complessa e a tratti impegnativa, ma mi ha insegnato molto su come affrontare contesti diversi e su cosa è importante per il mio modo di apprendere e lavorare.

Domande di approfondimento

  • Durante il tuo percorso universitario, hai mai adottato strategie specifiche per organizzarti nello studio e nella gestione del tempo?

Sono un sistematizzatore seriale (vedi la definizione di sistematizzazione proposta da S. B. Cohen nel libro “I geni della creatività”) e pianifico molto il mio lavoro. Credo ci siano due punti che è importante sottolineare rispetto alle metodologie di studio che ho avuto.

Primo, durante l’università la mia pianificazione comprendeva anche un processo di prioritizzazione sulla base dei miei interessi e piani futuri. Di conseguenza, per alcuni esami studiavo il minimo necessario (e.s. slides, dispense, riassunti) e per altri facevo studi approfonditi che andavano anche oltre le richieste valutative (es. saggi, articoli, integrazione con il mio lavoro di tesi, etc). Questo poteva voler dire che studiavo le basi per alcuni esami, arrivando a votazioni minime, mentre per altri integravo con saggi scientifici appena usciti e – a volte – questo si trasformava in un buon voto.

Secondo punto. Dal primo momento (primo anno di università triennale) mi sono reso conto che i libri accademici non erano il canale giusto per me: troppe scritte, informazioni non strutturate, spesso poche immagini, poco avvincenti e spesso antiquati. La soluzione alternativa che trovai era il materiale online sull’argomento (schematizzato), riassunti dei colleghi, saggi scientifici divulgativi aggiornati.

  • Se potessi dare un consiglio a uno studente autistico che sta per iniziare o frequenta l’università, quale sarebbe?

“Conosci te stesso e conoscerai il… mondo che devi affrontare”. Ognuno di noi ha una propria modalità di funzionamento e trovarla è la chiave per costruire un percorso personalizzato, diverso da molti altri ma col suo potenziale di successo. Io non conoscevo bene la mia modalità prima di fare  terapia, e l’interazione con i professori e colleghi ne ha risentito. Tuttavia, acquisendo maggiore consapevolezza, ho potuto trovare delle strade un po “diverse dal solito” ma ugualmente appaganti. Per esempio, la annosa questione su voto di laurea e futuro accademico. Sono arrivato con un voto di laurea magistrale di base di 94 (media del 24/25) e uscito con 102: molti professori mi avevano assicurato che avere un voto alto di laurea (108-110) era essenziale per un percorso accademico/ricerca. Eppure, ora ho un master di ricerca, un dottorato di ricerca, un contratto da ricercatore al CNR, una docenza presso una scuola di alta formazione, pubblicazioni su riviste molto buone. Quindi, c’è sempre un modo che tenga conto delle tue necessità e del mondo che ci circonda: per trovarlo, devi imparare a conoscerti e chiedere aiuto – anche professionale – potrebbe essere una buona strada. Io l’ho fatto tardi, a loro consiglio di farlo il prima possibile.